I vecchi treni delle Ferrovie Nord: ricordo delle EB 700

Treni del "Far West", "panche di legno", le "marroni". I pendolari delle Ferrovie Nord non erano molto entusiasti delle elettromotrici EB 700. A me invece sono sempre piaciute: erano vecchissime, è vero, ma meritavano rispetto, perché, in fondo, mandavano avanti quella ferrovia da oltre sessant'anni. E poi viaggiarci era sempre un'avventura, nulla a che vedere con i treni "dello Stato", che già allora erano tutti uguali e poco entusiasmanti.

Ho un ricordo particolarmente bello di queste macchine. Era la fine degli anni Novanta, primavera inoltrata o forse già estate. C'era un giorno della settimana - mi pare il martedì - in cui le lezioni all'università finivano presto. Arrivavo in stazione a Cadorna verso l'una e mezzo, e a portarmi a casa era sempre una vecchia EB 700, con il suo seguito di carrozze tutte diverse l'una dall'altra.

La motrice era una cosa d'altri tempi, sembrava un dinosauro assopito sotto il sole del primo pomeriggio. Un dinosauro con la pelle di un colore marrone, corrugata da nervature e file di rivetti. Sul fianco, dipinto in bianco, il vecchio stemma delle Ferrovie Nord Milano, spudoratamente copiato da quello delle FS, ma con le lettere FNM. Lì, ferma sotto il sole, emanava un odore di grasso e ferro, quel fantastico odore "di ferrovia" che oramai non si sente più sugli asettici treni moderni.

Per salire bisognava fare tre alti gradini, magari aiutandosi con un corrimano bianco che scendeva ripido in diagonale. Le porte si aprivano a mano: proprio così, bastava girare la maniglia e far scorrere di lato i battenti. Ricordo che una mattina salii che le porte erano già chiuse, riaprendole appena prima che il treno partisse.

Una volta saliti, ci si poteva accomodare sulle leggendarie panche di legno. Prima di sedersi i pendolari più esperti davano sempre un'occhiata sotto al sedile: sotto alcuni si trovavano le famigerate scaldiglie, stufette in ghisa che emanavano un calore infernale. D'inverno questi sedili roventi restavano sempre liberi, anche nelle peggiori condizioni di sovraffollamento; solo i pivelli provavano a sedersi, ingannati dall'inaspettata disponibilità di un posto libero.

Le panche di legno non erano comunque il peggio che potesse capitare: le rare elettromotrici della variante EBD 700 avevano addirittura uno scomparto senza sedili. Era il vecchio vano bagagli, sapientemente riciclato per aumentare il numero di posti in piedi. Questi mezzi, soprannominati "carri bestiame", si riconoscevano a prima vista per via di una porticina sbarrata, un tempo utilizzata per caricare i pacchi postali.

Sopra i finestrini c'erano le cappelliere, sulle quali nessuno osava poggiare oggetti più pesanti di una giacca: erano fatte di una rete di spago a maglie larghe, e c'era sempre il rischio che volasse giù qualcosa. Quanto alle tendine parasole... be' era meglio non spostarle troppo.

In quei pomeriggi di primavera mi sedevo dove più mi piaceva, nello scomparto semivuoto; abbassavo il finestrino e mi rilassavo: la parte più dura della giornata era ormai alle spalle. La partenza del treno era preannunciata dal fracasso del compressore: sembrava di stare sulla centrifuga di una lavatrice. Poi il capotreno passava trafelato a chiudere a mano le porte, si sporgeva per dare un'ultima occhiata e gridava al macchinista: "Chiudi... E vai!". A quel punto i vecchi motori elettrici si mettevano a rombare sempre più forte e il treno scattava in avanti con un'agilità inaspettata.

Partiti da Cadorna si percorreva una lunga trincea, con le pareti marroni di ruggine; si passava sotto alla vecchia stazione della Bullona, con le sue grandi vetrate, le scale con le ringhiere di ferro ed il giardino di fianco al marciapiede. Dopo la Bovisa il macchinista lanciava il treno sui lunghi rettilinei che portavano a Saronno. Le settecento non superavano gli ottanta all'ora, ma sembrava di andare fortissimo: sarà stato per i finestrini aperti, o forse per il rumore cupo dei motori, o per le sospensioni rigide che trasmettevano brutalmente tutte le accelerazioni.

Da Saronno in avanti le fermate si moltiplicavano e la velocità si abbassava. Una dopo l'altra sfilavano le piccole stazioni della linea, e il rito della chiusura delle porte si ripeteva a ogni ripartenza: "Chiudi... E vai!". Il profumo della primavera entrava dai finestrini aperti, mentre il treno correva tra il verde acceso delle foglie tenere, non ancora temprate dal sole estivo. Sul ponte di Malnate l'elettromotrice sembrava spiccare il volo sulla valle dell'Olona: lì iniziava il tratto più antico e più bello della ferrovia, che, superata Varese, scollinava verso il Lago Maggiore.

Nei quindici anni successivi molte cose sono cambiate, e le vecchie Ferrovie Nord Milano sono gradualmente diventate delle ferrovie moderne. Le ultime elettromotrici degli anni Trenta sono andate in pensione nel 2008; le EB 740 degli anni Cinquanta hanno resistito fino al 2012 (nel frattempo le avevano un po' rimodernate e ridipinte). Oggi si viaggia molto più comodi e sicuri: carrozze a due piani, finestrini azzurrati, aria condizionata, pannelli indicatori, telecamere a circuito chiuso, interfono, apertura porte lateralizzata, accessi per disabili.

Il fascino di un viaggio sulle vecchie elettromotrici, però, resta impareggiabile.

P. S.
All'epoca non pensai di scattare qualche foto a quei vecchi treni prima che sparissero dalla circolazione. Peccato, sarebbero state un buon accompagnamento per questo articolo. Per fortuna su Photorail e sul sito di Stagni se ne trovano in abbondanza.

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