Il presepe e i vangeli apocrifi

[Natività, affresco di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova]

Il celebre affresco della Natività dipinto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova (Fonte: Wikipedia).

Quello del presepe è il caso forse più clamoroso di influenza dei vangeli apocrifi sulla rappresentazione di una scena sacra. È clamoroso perché, probabilmente senza nemmeno saperlo, intere generazioni di cristiani hanno ricreato la scena della Natività sulla base di testi che la stessa Chiesa ritiene inattendibili.

Il fatto è che i vangeli canonici si concentrano sul significato profondo dell'episodio, piuttosto che sui dettagli del suo svolgimento. Giovanni, ad esempio:

In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta.
Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l'hanno accolto.
A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Gv 1, 1-14

Luca fornisce qualche particolare in più:

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo.

C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva:

«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama».

Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.

I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.

Lc 2

Dunque il nostro presepe comincia a popolarsi con Maria, Giuseppe, Gesù in una mangiatoia, i pastori e gli angeli. L'essenziale, si dirà, ma evidentemente la tentazione di saperne di più è sempre stata molto forte. Nel secondo secolo fa la sua comparsa il cosiddetto "Vangelo di Giacomo". Il suo contenuto lascia trapelare una sostanziale ignoranza sugli usi e costumi ebraici, sicché l'autore non può essere certo l'apostolo Giacomo; il vero autore ha semplicemente cercato di dare un'aura di credibilità al testo, attribuendolo ad un personaggio famoso. Ecco come descrive la Natività:

Venne un ordine dall'imperatore Augusto affinché si facesse il censimento di tutti gli abitanti di Betlemme della Giudea. Giuseppe pensò: «Io farò recensire tutti i miei figli; ma che farò con questa fanciulla? Come farla recensire? Come mia moglie? Mi vergogno. Come mia figlia? Ma, in Israele tutti sanno che non è mia figlia. Questo è il giorno del Signore, e il Signore farà secondo il suo beneplacito».

Sellò l'asino e vi fece sedere Maria: il figlio di lui tirava la bestia e Giuseppe li accompagnava. Giunti a tre miglia, Giuseppe si voltò e la vide triste; disse tra sé: «Probabilmente quello che è in lei la travaglia». Voltatosi nuovamente, vide che rideva. Allora le domandò: «Che cosa hai, Maria, che vedo il tuo viso ora sorridente e ora rattristato?». Maria rispose a Giuseppe: «È perché vedo, con i miei occhi, due popoli: uno piange e fa cordoglio, l'altro è pieno di gioia e esulta». Quando giunsero a metà strada, Maria gli disse: «Calami giù dall'asino, perché quello che è in me ha fretta di venire fuori». La calò giù dall'asino e le disse: «Dove posso condurti per mettere al riparo il tuo pudore? Il luogo, infatti, è deserto».

Trovò quivi una grotta: ve la condusse, lasciò presso di lei i suoi figli e uscì a cercare una ostetrica ebrea nella regione di Betlemme. Io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai nell'aria e vidi l'aria colpita da stupore; guardai verso la volta del cielo e la vidi ferma, e immobili gli uccelli del cielo; guardai sulla terra e vidi un vaso giacente e degli operai coricati con le mani nel vaso: ma quelli che masticavano non masticavano, quelli che prendevano su il cibo non l'alzavano dal vaso, quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano; i visi di tutti erano rivolti a guardare in alto. Ecco delle pecore spinte innanzi che invece stavano ferme: il pastore alzò la mano per percuoterle, ma la sua mano restò per aria. Guardai la corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poggiate sull'acqua, ma non bevevano. Poi, in un istante, tutte le cose ripresero il loro corso.

Vidi una donna discendere dalla collina e mi disse: «Dove vai, uomo?». Risposi: «Cerco una ostetrica ebrea». E lei: «Sei di Israele?». «Sì» le risposi. E lei proseguì: «E chi è che partorisce nella grotta?». «La mia promessa sposa» le risposi. Mi domandò: «Non è tua moglie?». Risposi: «È Maria, allevata nel tempio del Signore. Io l'ebbi in sorte per moglie, e non è mia moglie, bensì ha concepito per opera dello Spirito santo». La ostetrica gli domandò: «È vero questo?». Giuseppe rispose: «Vieni e vedi». E la ostetrica andò con lui. Si fermarono al luogo della grotta ed ecco che una nube splendente copriva la grotta. La ostetrica disse: «Oggi è stata magnificata l'anima mia, perché i miei occhi hanno visto delle meraviglie e perché è nata la salvezza per Israele». Subito dopo la nube si ritrasse dalla grotta, e nella grotta apparve una gran luce che gli occhi non potevano sopportare. Poco dopo quella luce andò dileguandosi fino a che apparve il bambino: venne e prese la poppa di Maria, sua madre. L'ostetrica esclamò: «Oggi è per me un gran giorno, perché ho visto questo nuovo miracolo».

Uscita dalla grotta l'ostetrica si incontrò con Salome, e le disse: «Salome, Salome! Ho un miracolo inaudito da raccontarti: una vergine ha partorito, ciò di cui non è capace la sua natura». Rispose Salome: «Come è vero che vive il Signore, se non ci metto il dito e non esamino la sua natura, non crederò mai che una vergine abbia partorito».

Entrò l'ostetrica e disse a Maria: «Mettiti bene. Attorno a te, c'è, infatti, un non lieve contrasto». Salome mise il suo dito nella natura di lei, e mandò un grido, dicendo: «Guai alla mia iniquità e alla mia incredulità, perché ho tentato il Dio vivo ed ecco che ora la mia mano si stacca da me, bruciata». E piegò le ginocchia davanti al Signore, dicendo: «Dio dei miei padri, ricordati di me che sono stirpe di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Non fare di me un esempio per i figli di Israele, ma rendimi ai poveri. Tu, Padrone, sai, infatti, che nel tuo nome io compivo le mie cure, e la mia ricompensa la ricevevo da te». Ed ecco apparirle un angelo del Signore, dicendole: «Salome, Salome! Il Signore ti ha esaudito: accosta la tua mano al bambino e prendilo su, e te ne verrà salute e gioia». Salome si avvicinò e lo prese su, dicendo: «L'adorerò perché a Israele è nato un grande re». E subito Salome fu guarita e uscì dalla grotta giustificata. Ed ecco una voce che diceva: «Salome, Salome! Non propalare le cose meravigliose che hai visto, sino a quando il ragazzo non sia entrato in Gerusalemme».

Vangelo dell'infanzia di Giacomo 17-20

Dunque che il quadro si arricchisce di un nuovo dettaglio: la grotta, che ritroviamo in numerosissimi dipinti e anche nelle canzoni di natale:

Tu scendi dalle stelle
o re del cielo
e vieni in una grotta
al freddo e al gelo

Il testo apocrifo, come si vede, è molto prolisso ed alterna versetti quasi poetici, come quello del tempo che si ferma per un istante, ad altri di discreto squallore, come la titubanza di Giuseppe su cosa dichiarare nel censimento o, peggio ancora, la visita ginecologica a Maria.

Spostandoci un po' sul piano interpretativo, notiamo una profonda differenza tra i due vangeli, sebbene gli eventi narrati siano simili. In Luca la nascita di Gesù viene annunciata da un angelo e la notizia si diffonde rapidamente tra i pastori, che si precipitano ad adorare il bimbo. In Giacomo tutto è avvolto dal mistero: i pastori assistono al segno miracoloso del fermarsi del tempo, ma nessuno si premura di spiegar loro il fatto; anzi, quando l'angelo compare è per intimare a Salome di non far parola con nessuno dell'accaduto. L'umanità insomma si divide tra i pochi che sanno cos'è successo e chi ne è totalmente all'oscuro. Forse la stessa Maria preconizza questa divisione con la sua visione dei due popoli, uno che piange e l'altro che esulta.

Sebbene in una forma un po' sfumata, traspare quindi l'influenza dello gnosticismo. Lo stesso particolare della grotta e della luce abbacinante che la avvolge ricorda uno dei più famosi miti platonici, quello della caverna.

Altro tema su cui lo pseudo-Giacomo si sofferma insistentemente è la verginità di Maria durante e dopo il parto: l'autore si premura di spiegarci che "i fratelli di Gesù" menzionati nei vangeli canonici sono in realtà i figli avuti dal vedovo Giuseppe nel suo precedente matrimonio. Naturale quindi che li avesse condotti al censimento, e che fossero anch'essi presenti nella grotta. Inoltre, inserisce il pedante episodio delle ostetriche. L'importanza del culto mariano e del dogma della verginità perpetua di Maria spiegano probabilmente come mai il vangelo dell'infanzia di Giacomo abbia continuato ad essere trascritto nonostante la sua sottile patina gnostica.

Intorno all'ottavo secolo il materiale presente nel vangelo dell'infanzia di Giacomo viene rielaborato per andare a formare la prima parte di uno degli apocrifi più famosi e diffusi: il vangelo dell'infanzia di Matteo, o vangelo dello pseudo-Matteo. Riporto qui il passo corrispondente:

Dopo un certo periodo accadde che si facesse un censimento a motivo di un editto di Cesare Augusto, e tutta la terra si fece iscrivere, ognuno nella sua patria. Questo censimento fu fatto dal preside della Siria, Cirino. Fu dunque necessario che Giuseppe, con Maria, si facesse iscrivere a Betlemme, poiché Giuseppe e Maria erano di qui, della tribù di Giuda e della casata di Davide.

Mentre Giuseppe e Maria camminavano lungo la strada che conduce a Betlemme, Maria disse a Giuseppe: «Vedo davanti a me due popoli, uno piange e l'altro è contento». Giuseppe le rispose: «Stattene seduta sul tuo giumento e non dire parole superflue». Apparve poi davanti a loro un bel giovane vestito di abito bianco, e disse a Giuseppe: «Perché hai detto che erano parole superflue quelle dette da Maria a proposito dei due popoli? Vide infatti il popolo giudaico piangere, essendosi allontanato dal suo Dio, e il popolo pagano gioire, perché oramai si è accostato e avvicinato al Signore, secondo quanto aveva promesso ai padri nostri Abramo, Isacco, e Giacobbe: di fatti, è giunto il tempo nel quale, nella discendenza di Abramo, è concessa la benedizione a tutte le genti».

Ciò detto, l'angelo ordinò di fermare il giumento, essendo giunto il tempo di partorire; comandò poi alla beata Maria di discendere dall'animale e di entrare in una grotta sotto una caverna nella quale non entrava mai la luce ma c'erano sempre tenebre, non potendo ricevere la luce del giorno. Allorché la beata Maria entrò in essa, tutta si illuminò di splendore quasi fosse l'ora sesta del giorno. La luce divina illuminò la grotta in modo tale che né di giorno né di notte, fino a quando vi rimase la beata Maria, la luce non mancò. Qui generò un maschio, circondata dagli angeli mentre nasceva. Quando nacque stette ritto sui suoi piedi, ed essi lo adorarono dicendo: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà».

Era infatti giunta la nascita del Signore, e Giuseppe era andato alla ricerca di ostetriche. Trovatele, ritornò alla grotta e trovò Maria con il bambino che aveva generato. Giuseppe disse alla beata Maria: «Ti ho condotto le ostetriche Zelomi e Salome, rimaste davanti all'ingresso della grotta non osando entrare qui a motivo del grande splendore». A queste parole la beata Maria sorrise. Giuseppe le disse: «Non sorridere, ma sii prudente, lasciati visitare affinché vedano se, per caso, tu abbia bisogno di qualche cura». Allora ordinò loro di entrare. Entrò Zelomi; Salome non entrò. Zelomi disse a Maria: «Permettimi di toccarti». Dopo che lei si lasciò esaminare, l'ostetrica esclamò a gran voce dicendo: «Signore, Signore grande, abbi pietà. Mai si è udito né mai si è sospettato che le mammelle possano essere piene di latte perché è nato un maschio, e la madre sia rimasta vergine. Sul neonato non vi è alcuna macchia di sangue e la partoriente non ha sentito dolore alcuno. Ha concepito vergine, vergine ha generato e vergine è rimasta».

All'udire questa voce, Salome disse: «Permetti che ti tocchi e sperimenti se è vero quanto disse Zelomi». Dopo che la beata Maria concesse di lasciarsi toccare, Salome mise la sua mano. Ma quando ritrasse la mano che aveva toccato, la mano inaridì e per il grande dolore incominciò a piangere e ad angustiarsi disperatamente gridando: «Signore Dio, tu sai che io ti ho temuto sempre, e ho curato i poveri senza ricompensa, non ho mai preso nulla dalle vedove e dall'orfano, e il bisognoso non l'ho mai lasciato andare via da me a mani vuote. Ma ora eccomi diventata miserabile a motivo della mia incredulità, perché volli, senza motivo, provare la tua vergine».

Mentre così parlava apparve a fianco di lei un giovane di grande splendore, e le disse: «Avvicinati al bambino, adoralo, toccalo con la tua mano ed egli ti salverà: egli infatti è il Salvatore del mondo e di tutti coloro che in lui sperano». Subito lei si avvicinò al bambino e, adorandolo, toccò un lembo dei panni nei quali era avvolto, e subito la sua mano guarì. Uscendo fuori incominciò a gridare le cose mirabili che aveva visto e sperimentato, e come era stata guarita; molti credettero a causa della sua predicazione.

Anche i pastori di pecore asserivano di avere visto degli angeli che, nel cuore della notte, cantavano un inno, lodavano il Dio del cielo e dicevano che era nato il Salvatore di tutti, che è Cristo Signore, nel quale sarà ridata la salvezza a Israele.

Una enorme stella splendeva dalla sera al mattino sopra la grotta; così grande non si era mai vista dalla creazione del mondo. I profeti che erano a Gerusalemme dicevano che questa stella segnalava la nascita di Cristo, che avrebbe realizzato la promessa fatta non solo a Israele, ma anche a tutte le genti.

Tre giorni dopo la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, la beatissima Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla, depose il bambino in una mangiatoia, ove il bue e l'asino l'adorarono. Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Isaia, con le parole: "Il bue riconobbe il suo padrone, e l'asino la mangiatoia del suo signore". Gli stessi animali, il bue e l'asino, lo avevano in mezzo a loro e lo adoravano di continuo. Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Abacuc, con le parole: "Ti farai conoscere in mezzo a due animali".

Giuseppe con Maria rimase nello stesso luogo per tre giorni.

Vangelo dello pseudo-Matteo 13-14

Ecco che finalmente il presepe tradizionale si completa con bue, asinello e la stalla.

È davvero interessante notare come lo pseudo-Matteo, attraverso minime aggiunte, riesca a stemperare l'influsso gnostico del testo originale. Esemplare in tal senso la spiegazione in chiave apostolica della visione dei due popoli, che vengono esplicitamente identificati con i Giudei ed i Gentili. Ricompaiono poi i pastori e i cori angelici, mentre la notizia si diffonde rapidamente a Betlemme e perfino a Gerusalemme. Importanti anche i richiami ai profeti del vecchio testamento.

Sebbene fosse assai più ortodosso rispetto a quello di Giacomo, anche nel testo dello pseudo-Matteo si possono riscontrare passi ambigui. In particolare, la frase "sul neonato non vi è alcuna macchia di sangue e la partoriente non ha sentito dolore alcuno" si potrebbe prestare ad una lettura docetista (la natura terrena di Gesù sarebbe una pura apparenza, dunque egli non ha sofferto durante il parto, così come non soffrirà sulla croce). Forse però si tratta solo di una riaffermazione particolarmente goffa del dogma delle verginità perpetua di Maria.

Da notare infine il moltiplicarsi di episodi prodigiosi, il comparire di angeli ad ogni piè sospinto ed, in generale, il tono sempre più fantastico che la vicenda va assumendo. La sobrietà dei vangeli canonici è ormai un lontano ricordo.

Per concludere il nostro presepe "apocrifo", mancano ancora tre personaggi importanti: i Re Magi. Ma poi, chi ha detto che fossero tre? Tra i vangeli canonici, solo Matteo li menziona ma non dice né quanti fossero, né i loro nomi:

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:

E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele».

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo».

Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

Mt 2, 1-12

Lo stesso episodio viene ripreso nel vangelo dell'infanzia di Giacomo e nello pseudo-Matteo, quasi con le stesse parole. Ma è proprio in quest'ultimo che diventano tre:

Al bambino poi offrirono ciascuno una moneta d'oro; così pure uno offrì oro, un altro incenso, il terzo mirra.

Vangelo dello pseudo-Matteo 16, 2

I nomi, Melchiorre, Baldassarre e Gaspare vengono probabilmente dalla tradizione, anche se li ritroviamo nel raro ed a lungo perduto vangelo armeno dell'infanzia:

Ma tre giorni dopo, il 23 di Tebeth, cioè il 9 gennaio, ecco che i Magi d'oriente, i quali erano partiti dal loro paese mettendosi in marcia con un folto seguito, arrivarono nella città di Gerusalemme dopo nove mesi. Questi re dei Magi erano tre fratelli: il primo era Melkon, re dei Persiani, il secondo Gaspar, re degli Indi, e il terzo Balthasar, re degli Arabi. I comandanti del loro corteggio, investiti della suprema autorità, erano dodici. I drappelli di cavalleria che li accompagnavano comprendevano dodicimila uomini: quattromila per ciascun regno. Tutti venivano per ordine di Dio dalla terra dei Magi dalle regioni d'oriente, loro patria.

Melkon, il primo re, aveva mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino e i libri scritti sigillati dalle mani di Dio. Il secondo, il re degli Indi, Gaspar, aveva come doni in onore del bambino del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamono, dell'incenso e altri profumi. Il terzo, il re degli Arabi, Balthasar, aveva oro, argento, pietre preziose, zaffiri di gran valore e perle fini.

Vangelo dell'infanzia armeno 11, 1-2

Altro che Re Magi in sella al cammello, secondo questo vangelo orientale, ad adorare Gesù sarebbero arrivati non meno di dodicimila cavalieri!

Abbiamo visto quindi come, col passare dei secoli, i vangeli apocrifi abbiano via via arricchito di dettagli il racconto originale della Natività presente nel vangelo di Luca. Dettagli sostanzialmente poco rilevanti, in gran parte inattendibili, che però hanno aiutato gli artisti ad arricchire la rappresentazione pittorica della nascita di Cristo, e che hanno influenzato uno dei riti più diffusi della religiosità popolare, il presepe.

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